"Il mistero di San Vivaldo " di Riccardo Cardellicchio
Andava lento, rumoroso, di prima mattina, il camion. L’autista, il sigaro toscano spento tra i denti, attento a scansare le buche della strada sterrata.
I ragazzi – una ventina – incuriositi dal quel primo viaggio – per i più – fuori del paese.
Stavano seduti su cassette per la frutta vuote. Non è che fossero comodi.
“Ma se n’importa”, disse uno.
Avevano davanti una vacanza d’una ventina di giorni. Lontani dalle case che sapevano ancora di guerra e sofferenze.
Il camion, con il cassone scoperto, era d’un fruttivendolo – il Buglioli – che aveva il negozio accanto alla chiesa dei frati francescani. Un burbero, per i grandi. Non per i ragazzi, che lo vedevano tutti i giorni, quando s’infilavano nel chiostro a giocare. Sotto gli occhi attenti di padre Angelico Ceci, il frate che aveva voluto far nascere i boy scout anche a Fucecchio.
Il camion era diretto al concento di San Francesco stimmatizzato di San Vivaldo, nell’antica selva di Camporena, territorio di Montaione.
Era la prima uscita del gruppo. C’erano grandi e piccini. Curiosi, tutti.
Non sapevano dove andavano. Le notizie, fornite da padre Ceci, erano frammentarie. Sapevano, per certo, che avrebbero mangiato e dormito in un convento, posto poco fuori del paese. Nel bosco.
Non sapevano che avrebbero vissuto in un luogo importante. Non valorizzato allora, ma importanter. Chiamato il Sacro Monte e Gerusalemme toscana. Il luogo di un santo. San Vivaldo, appunto. Oggetto, nel primo secolo di vita, di contrasti tra Montaione e Castelfiorentino.
Non sapevano che sarebbero rimasti incantati davanti alle immagini (terrecotte robbiane) delle cappelle: vita e passione di Gesù. Custodite – gelosamente – dai frati francescani, dal ‘500.
L’entusiasmo fu grande quando videro un campetto irregolare, con porte vecchie, ma solide. Qualcuno aveva portato un pallone di cuoio duro. Prendere o lasciare.
Nessuno lasciò. Figurarsi. Erano abituati a giocare con palloni duri come sassi su terreni irregolari.
Cominciarono tra loro. Ma dopo due giorni si fecero avanti ragazzi del luogo. Venivano dal paese, dalle case coloniche sparse e, in bicicletta, dal Castagno e da Montignoso.
Furono subito partite accanite. Avevano costantemente la meglio. Tra i ragazzi del luogo ce n’era soltanto uno che ci sapeva fare. E lo avrebbe dimostrato in seguito, approdando a squadre di categoria, fino alla Cuoiopelli, che allora militava in serie D.
Le partite venivano giocate a pomeriggio inoltrato. Il resto della giornata era fatta di esplorazioni nei boschi, di giochi diversi dal calcio. Avevano successo le bocce. Che erano di legno, grosse. Roba che non avevano mai visto. Erano abituati a bocce piccole, d’altro materiale. Da usare su un pallaio levigato, con le sponde.
Si fermavano, più che curiosi, quando passava lei, diretta in chiesa. Era la figlia del medico condotto.
Si resero conto che la maggior parte dei ragazzi del posto stravedevano per lei. Uno più degli altri: il ragazzo che sapeva giocare al calcio. Che voleva studiare. Che voleva diventare un medico.
Lei sorrideva educata. Nessuno che la importunasse. Neanche con parole. Quando la vedevano entrare in chiesa, riprendevano a giocare. Pronti a fermarsi di nuovo nel momento in cui usciva. Sì, era uno spettacolo che suscitava fantasie.
Le raccontò tutto questo la prima volta che andarono insieme al convento, mossi da un concerto nel chiostro. Lei ascoltò in silenzio. Poi disse: “Sembri innamorato di questo posto”.
“Lo sono”, ammise.
Ci aveva passato bei giorni. Il luogo lo aveva affascinato. Ci si sentiva a suo agio. Il bosco, il convento, la chiesa, le cappelle, il mucchietto di case del paese – tutto così lontano dal tumulto. La sensazione di poter vivere con un altro ritmo. La consapevolezza di poter stare con se stesso più che altrove, l’occhio perduto sui colli, sul verde. Stupito dai calanchi. I rumori attutiti, quasi impercettibili. E il silenzio. Il silenzio, soprattutto. Che si faceva denso al crepuscolo.
Tragitto preferito anche per raggi8ungere Volterra. Un tragitto lungo, tortuoso, ma di grande fascino.
Luogo di colloqui profondi, di cuori aperti. Confidenze.
“Da ragazzo – le disse – per me questo era l’avventura. Oggi, è riflessione. Meditazione anche. Quando sono qui mi sento pieno”.
Fu il mese in cui trovarono un appartamento in un agriturismo a Castellare di Tonda, preferendo camminare nel bosco piuttosto che immergersi nel caos della Versilia.
Fu il mese in cui ebbero modo di guardare con calma tutte le tappe della Gerusalemme toscana. Diciotto cappelle. Immagini di una fede popolare. Presenze discrete, volute per raccontare una vita straordinaria. Un tesoro valorizzato a poco a poco.
“Sai, - le disse – amavo andare anche nella biblioteca del convento. C’era un odore straordinario. Non toccavo niente. Mi limitavo a guardare quei libri antichi. Messi in maniera non ordinata. Ora devo trovare il modo per ritornarci. So che Rino Salvestrini, l’ex sindaco di Montatone, il cantore di questa terra, li ha ordinati con un lavoro da certosino” .
Il volume più antico è del 1548. Una grammatica greca. Ben centosei volumi della cultura religiosa di Alfonso de’ Liguori. E le “Notizie de’ professori del disegno da Cimabue in qua” di Filippo Baldinucci (1811) e l’opera omnia (cento volumi) di Claude Fleury e gli “Acta Ordinis Fratrium Minorum “ (ventitrè volumi, dal 1831 al 1935). E Dante, Boccaccia, Alfieri, Ariosto e Sant’Agostino. E Martino Bonacina e il “De Arte bene moriendi” e l’Enciclopedia moderna e la storia locale. In tutto, quasi cinquemilacinquecento volumi. Un’altra occasione per raggiungere San Vivaldo.
La portò poi al Castello di Vignale, conteso a lungo tra San Miniato, Volterra, Pisa e Firenze. Ricco di storia, ridotto a macerie.
Sul ritorno, volle fermarsi alla Cisterna Romana, in località Sant’Antonio. Una testimonianza del secondo secolo dopo Cristo. Scoperta -. per caso – negli anni Sessanta.
Un’altra volta, dopo essere stati al Santuario di Pietrina (Pietra, in antico), dedicato ai santi Agata e Andrea, ed essersi soffermati ad ammirare il panorama, tornarono al convento di San Vivaldo.
“Non puoi farne a meno”, disse lei.
“Lo ammetto”, disse. “Sento il richiamo di Vivaldo Stricchi da San Gimignano”. Rise.
“Vorresti fare l’eremita come lui?”. Rise anche lei.
Scosse la testa: “Mi ci vedi? Di sicuro, Vivaldo è una figura affascinante. La scelta di vivere qui, che doveva essere una vera e propria selva, quindi posto non proprio tranquillo, per di più nella pancia di un castagno, non è da prendere alla leggera. Benestante, dice basta alla bella vita, e si fa terziario francescano. Penitenza e digiuno”.
“Doveva essere grosso e vecchio, il castagno”.
“Si racconta che ve lo trovarono morto nel 1320. La gente – boscaioli e contadini – lo fece santo subito. E si dice che il castagno sparì, portato via un pezzetto alla volta dalla gente. E si sostiene che al suo posto fu costruita la chiesa. Sembra, invece, che la chiesa esistesse già, dedicata a un altro San Vivaldo. E chissà che il luogo non prenda il nome proprio da lui, piuttosto che da Vivaldo (in realtà si chiamava Ubaldo) Stricchi. Che non è santo ma beato, il cui culto fu sancito da Pio X nel 1908. Un mistero, insomma”.
“Come gran parte delle storie che vengono dal Medioevo”.
Arrivarono fino al Castagno. E lui decise di fermarsi. Aveva fame.
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