"Il Castello di Hartheim" di Riccardo Cardellicchio
Le parole di sempre, consumate, non hanno cittadinanza.
Qui.
La memoria non stempera,
non ammorbidisce, non consola.
Il muro dell’ipocrisia si fa polvere, svanisce.
Ogni pezzo di terra, ogni mattone
reclamano la verità, sprigionano dolore.
La pietra, che nel tempo tramanda,
non sarà mai sufficientemente robusta
per mantenere – intero - il ricordo.
Sono occhi e mani e cuori e anime.
Soggiogati. Profanati. Vilipesi.
Che t’entrano dentro, grimaldelli impietosi.
Non vogliono incertezze, titubanze.
Occhi e cuori e anime raccontano
storie che s’accavallano a storie.
Storie di uomini e di donne,
di bambini e di vecchi indifesi.
Ultimi.
Annichiliti dall’eutanasia dell’amore.
Il Castello di Hartheim, Mauthausen, Ebensee, Gusen
scandiscono calvari,
partoriti da un’ideologia di morte.
Le camere a gas erano mascherate
da docce, scarichi d’acqua.
L’angolo per lo sparo alla nuca
era nella stanza del forno crematorio.
La cava di pietra aveva pareti ripide,
strapiombi senza appigli,
e le SS spingevano uomini e donne
e, ridendo, dicevano che quelle
erano le pareti del paracadutista.
Perché mio Dio?
Era necessario tutto questo, mio Dio?
Il dubbio squassa, inquieta,
rende le notti impossibili.
Di fronte a gesti atroci,
di fronte a mani lorde di sangue
guidate dall’odio
non puoi essere indifferente.
Provi a dire, a dirti
“Non deve accadere più”.
Ma non basta. Non basta.
Non bastano le parole.
L’uomo, qui, ha toccato il fondo.
L’odio ha generato odio e morte.
E la vita non è stata più vita.
Noi calpestiamo suolo contaminato
dalla follia e dall’angoscia.
La follia del dominatore,
l’angoscia di chi era ridotto
a cosa, oggetto da usare e gettare.
Stucke. Pezzo.
Sembra di vederli.
Vorresti sapere di più, conoscere la loro vita.
Quella di prima, fatta di ombre ma anche di luce.
Vorresti sentire voci e risate e canti
nelle loro città, nelle loro case,
prima che fossero zittiti
da bisturi, arieti spietati,
e dallo Zyklon B, il gas, le docce aperte
- inganno demoniaco –
da cuori di fango.
Olocausto,
sacrificio levitico, trasformato in massacro, sterminio,
dalla follia d’un uomo, mostro, esaltazione
dell’inferno abitato da belve
convinte d’essere superiori,
razza pura,
e di poter dominare il mondo.
Il silenzio che ascolti, che ti riempie,
che tocca ambienti antichi, li avvolge, oltre il tempo,
è potente come un urlo.
Non puoi ignorarlo,
tu che, pellegrino, sei venuto
fin qui a chiedere perdono
in nome dell’uomo lupo dell’uomo.
Viacrucis
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